nota letteraria

La Lettera al giovane Arthur è l’ultimo capitolo di un componimento in senso spirituale molto più vasto, in senso letterale composto da poche pagine, se ricordo bene una ventina. La “Lettera” è stata scritta nel 2001, mentre il restante dell’opera nel 2005. Ho preferito, a quel tempo in cui la inviai al mio Maestro, inserirla come ultimo capitolo di quello che allora non aveva neanche un titolo generale. I titoli dei singoli capitoli li ho attribuiti dopo averli scritti. Il titolo generale, “I ricordi del giovane Arthur”, è  riconducibile ad una tentazione del 2006, ed è quindi stato scelto per ultimo. Purtroppo non sono in possesso dell’intero lavoro e fino ad oggi sono lacerato da questo colpo del destino. Il mistero della sua scomparsa spesso mi trasporta nei “se” e nei “ma” del pensiero che specula su quei nodi del destino che lacerano più profondamente un individuo. Sempre speculando, immagino che se non dovesse essere nato dalla mia bontà, dovrebbe prendere il titolo “Il cantico di Lucifero”. Questo a livello ipotetico. Dunque il dubbio rimane. Il mio Maestro – Massone? – è sì di idee e vedute anticristiane – il che ho preso spesso quale motivazione ipotetica del suo sabotaggio – ma sicuramente non si è trattato di sua superficialità quanto il suo riconoscere, forse, che io abbia scritto cose che non andavano dette. E questo per quanto, appunto, io sia credente e per quanto abbia scritto una lirica dal tema religioso. Quindi la domanda che mi sono posto è, se abbia giudicato il testo dalla propria Weltanschauung, o se sia stato un minimo imparziale. Se avesse solo difeso un “suo” mondo delle idee del tutto arbitriario, avrebbe sacrificato la vita di un uomo, la mia, il che sarebbe grave. Questi ragionamenti impegnano il mio intelletto. Egli stesso ebbe modo di dire che il testo era bellissimo e “sacro”, ma che non poteva essere pubblicato. Continuo comunque a confidare di riaverlo, un giorno. L’insieme delle circostanze che ne hanno permesso la stesura è inverosimile che si verifichi nuovamente, quindi, più che ad aver rinunciato a scrivere, non so più farlo. C’entrano un ricordo perduto, il mio accanimento a scrivere qualcosa di eccezionale, l’amore da recuperare, il mio posto nella società, la giovinezza, nonchè una vita sregolata, piena di entusiasmo e la ricerca di me stesso. Una costellazione di eventi quasi mistici che hanno dato vita ad uno scritto che considero, per quel che ricordo, l’unica vera prosa lirica che possa misurarsi con “Una stagione in inferno” di Arthur Rimbaud del 1873. È assolutamente certo che passo per stupido e soprattutto megalomane, ma solo perchè non posso dimostrarlo. Già altri l’hanno pensato di me e si sono dovuti ricredere. A mia difesa posso solo dire, che scrivere non è mai stato per me un mestiere, ma un bisogno. La rinuncia al libro è dedicata a Giovanni Falcone, con affetto,

 

Il giudice Giovanni Falcone durante il primo convegno nazionale ”Movimento per la Giustizia ” a Roma il 4 novembre 1988.
ANSA / M11581