Il Puer

Il puer (a James Hillman)

Mi avevano tolto la bellezza
avevano mascherato il sole
di fetide nocive fuliggini
riempito i suoni di rumore
la speranza di frattaglie
di cementi grigi scagliati al cielo
protesi nel nero sopra e sottoterra
e mendicai l’assenza dimenticata
finché non amai l’oblio del sogno.

Non volli più la stanza confortevole
la foresta di abeti col torrente limpido
il mare col sole assoluto
ma il marcio elettrico dei lampioni
la baracca in periferia ad est
la comunione della mendicità sotterranea
le prostitute di mezzanotte
e il vino e l’hashish delle albe
sorridere attraverso il vetro illuminato.

Scrissi così di ciò che avrei voluto
come lo desideravo per me
in perfetta estasi e consonanza
nel naufragio della materia
nell’appello alla esistenza
nell’affitto delle vocali colorate
nella benzina consonantica
che come castelli della Sassonia
abitavano la mia puerilità.

Mi feci carico di tutti gli abbandoni
abortii ogni rimorso, ogni rimpianto,
conquistato il passo avevo il metodo
di far durare ogni eclissi il dovuto
alla sua rappresentazione pittorica
alla sua parola e illustrazione
ingannai il tempo, questo mostro,
in ogni forma possibile e ogni estasi,
fino a dimenticare persino me stesso.

Ho detto l’infanzia indicibile
ho detto l’essere inalterato
ho detto la Verità del Verbo
ho detto l’impossibile, l’Éclair,
il pensiero inafferrabile
meditato per qualche vita
al baratro tra la ringhiera
e l’abisso della città infinita
tra il pian terreno e le antenne.

Era dunque come una croce,
ma il Cielo chiuso si apriva
nella verde luce della mia iride
e queste tenebre dell’altro
tentano un agguato alla mia purezza
e se costretto al mondo adulto
ecco il puer riscattarsi sempre
una sensibilità che orgogliosa
depone il tradimento di sé.

 

 

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