Lettera al giovane Arthur

 

I RICORDI DEL GIOVANE ARTHUR

 Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d’ogni lato
se un vento crudele non avesse appassito i miei petali
dal lato che vedevate voi del villaggio.
Dalla polvere levo la mia protesta:
il mio lato in fiore voi non lo vedeste!
Voi, i vivi, siete davvero degli sciocchi
e non sapete le vie del vento
e le forze invisibili
che governano i processi della vita.
(Edgar Lee Masters)

“Può una parvenza di spiraglio
illividire all’angolo della volta?”
(Arthur Rimbaud)

“Che io esaudisca tutti i vostri ricordi”
(Arthur Rimbaud)

Enluminure

Lettera al giovane Arthur
(Concime Cenere)

Di ritorno dalla profonda notte germanica cerco la luce latina. Una voce violenta e di caustica nausea m’ispira questo grembo di sentimento e si annulla nella vita nuova. Sono costretto. Al primo passo, lo so, dimenticherò la scrittura. Avrò una metodica sterile, quella degli avvocati e dei padroni. E allora in marcia verso il metodo, in marcia verso la scienza, non c’è posto per me altrimenti. Sono un vile, un vigliacco. Il mio sogno l’ho calpestato. Ci fu un tempo in cui credevo ogni inclinazione dello spirito irradiare ogni cosa, credevo parola e ragione esaudire ciò che ammiravo. Vedevo innamoramenti sensuali e profondi, sentivo nelle parole cori angelici e credevo le gesta degli eroi gloria e benedizione. Ero fatto solo per chiedere, le mie paure erano incoscienti ma non prestavo le mie urla ai cani. C’erano momenti in cui non potevo muovermi. Non decidevo mai. Ogni mio desiderio mia ecatombe. Poi fui svegliato e ricordai la mia infanzia. Levai allora contro tutto ciò che di inutile mi circondava il mio dolore e la mia ira. Tutte quelle sacre immagini ebbero un senso e vide luce la mia prima scelta. Ho rivolto a Dio e all’amore, in una notte che reca la luce di una visione esatta, la luce del sole notturno, la mia preghiera, poiché agli uomini non so spiegare di cosa ho riempito lo sguardo d’abisso. C’eravamo dimenticati di te.

L’ho persa. Cosa? La dolcezza.
Se n’è andata d’improvviso, o forse lo meditava.
Ma non me ne sono accorto.
E presto anche la gioia l’ha seguita.

La poesia? L’ho ritrovata.
È quel languore commisto di sangue.
Il tacere delle cose intorno.
L’inabissamento in se d’ogni cosa.

Senza alcuna pietà le lacrime addosso
non possono tornare agli occhi.
Così mi perdo e lascio che la mente
ritrovi l’ebbrezza delle cose compiute.

Non lo trovo più. Cosa? L’amore.
Cosa c’è di nuovo? Nulla.
Solo vorrei vivere una volta ancora
l’alba di un mio sogno.

Dovrei partire alla volta di un luogo?
Forse le albe giallo blu d’oriente.
V’incontrai mussulmani festanti
per i quali non fui straniero.

Cosa manca fuori dalla mia finestra?
Nulla. Vi è tutto quando non vi guardo attraverso.
Ma lo stupore d’una visione è così rara.
Bisogna che lo sguardo sfumi verso l’interno.

In quest’intimità vidi comandamenti e luce,
angeli e perfezione, il compiuto ideale.
Conosco l’esattezza d’un ordine superiore,
sovrano bene che mette ai miei piedi il male.

Che cosa vedi? Vedo luoghi che non sono paesaggi,
vedo sfumature di un’aria* che mi sfiora,
delinea forme che vorrei conoscere,
lambisce cose che vorrei essere.

È un’aria che nasconde la dolcezza,
ecco dove si è nascosta la mia aria,
di un tepore che mi avvolge,
di un amore che mi salva.

Per fare di fiore linfa, recido di dosso questo mio sudiciume slavato, il sudiciume di chi ha lottato. Perché domandi? Non ti è bastato l’inciampare di stelle sulle volte di dune? Bisogna suggellare nuovi confini, smascherare ogni finto bagliore. Non posso rivelare tutti i miei segreti. Tutte le bufere hanno tramato contro di me, ogni pioggia ha cospirato rivoli ai sensi, la ragione è stata relegata ad una luce somma ed è stato annegato il luogo dei pianti. Le pupille incandescenti custodiranno questo delitto. Dimentico la mia mano.

Vorrei scarnificare una ferita,
costringerne il cuore ai denti,
avvertirne un battito, pulsazione,
calore esanime, languore.

Vorrei essere una musica eterna.

Ho sentito viscida carne dai profondi aneliti
consacrare un abisso
alla servitù del verbo.
Che spreco indicibile!

Non voglio essere risorto!

Ogni azione umana sarà giustizia.
Abbandonarci al sogno compiaciuto
dell’infante, della mano amica,
che ti si ficca nel cuore e ti svela
– già scorre lungo i fianchi –
caldi piaceri loquaci.

Ogni arcano entusiasmo m’abbandona.
Ma ora conosco il vero.
I miei morti, ancora in vita,
spalancano una porta a mio nome.
Come sempre, viaggerò vicino a me stesso.

Ma eccolo! Eccolo! Il nulla che irrompe.
Le mani divoratrici di parole schiette.
Sincerità per gli amori nuovi
come corpi decapitati
abbandonano membra infrante.
Mentite! Mentite!
Annientatevi e tutto questo avrà fine.
Fino all’oblio, per poi riprendere.

Vi amo furori, tremori,
arrendetevi, o i vostri figli cresceranno
a germogliare nuovi rancori.
La noia a distruggermi. La noia a salvarmi.

Appena sveglio, già consacro la mia vertigine al pianto. Solo purezza. Solo questo chiedo all’umanità. Chi è stato tanto demone da aver bisogno del pentimento? Oh, Tu a noi lo insegni. Ho fatto anch’io della marcia mio sfogo e mio sconto. I ruoli saranno inversi.
Ed io? Che dire? Quante volte mi è stata negata la comprensione della vita degli altri, quante volte negato l’amore. Com’è nitido tutto ora che il mondo mi assolve. La mia immaginazione mi s’incide negli occhi a creare schegge di luce nella sintesi del loro colore. Non ho mai visto tanta luce. Quanti natali trascorsi in attesa. Ti vedo.

Il mondo penetra
in pupille incandescenti,
blasfeme.

Offerte al presagio
membra
di rabbiosa stoltezza.

Dove
Il nemico d’alito spumeggiante?

Menti
di battesimale inerzia
circoncise.

Effusioni latenti
dissipano lo spirito.

Ignari della terra,
d’ amore.

Quanto è poco saporito il banchetto che avete da offrirmi. Fatene veleno e portate il liquore forte, cosicché possa berlo. Oh, adesso mi è tutto chiaro, ci marcio sulla tua vendetta. Bisogna dissiparsi e creare convulsi scompigli dello spirito. Come potete credere che il vostro stato di quiete sia così naturale? La peggiore delle infelicità è accontentarsi della rassegnazione. Come siamo giunti fin qui? Ecco, bisogna dissiparsi. Proprio come amore si dissipa. Mi dissolvo come amore è dissolto nella miriade di piccoli atti, gesti reconditi, inconsapevolezze timide, buone allucinazioni. Dissolto nella pura sensazione udirò cori angelici bisbigliarmi addosso e darmi tremori nel luogo dei pianti.

Ti vorrei una volta ancora
sentir fiorire, amore,
per sentieri dove
tutte le lucciole tacciono,
per quei sentieri ove una direzione
non oltre subisce l’abbaglio
di dove vorrei condurti.

Mai più rive scoscese
ma meandri d’incoscienza.
Non più motivi d’arrivo
nel flusso incongruo delle mie speranze,
ma mite abbandono
allo spandersi di orizzonti blu,
di luoghi dal dolore ormai fertile.

È forse quest’esattezza
di cui forte desidero il complemento
a lasciar luccicare gli occhi
devoti ad una direzione
che tutto ha permesso di vedere?
Come un presentimento che a tanta nitidezza
prelude il germogliare della vita.

Notte. Sensazione pura. Spuma chiara che al calore di ogni luna illumina i sentieri tra pozze di fango, dissipando ogni smarrimento e ogni naufragio. Abbassate lo sguardo, lasciatemi vivere il mio sogno. Notte infame. Calibro le parole ai confini del mondo. Proiezioni di camera confortevole. Dovrei partire? Di nuovo verso l’alto, verso il basso. Ho conquistato tutti gli orizzonti e ogni scelta è troppo lenta per me. Quello che dovevo decidere è già deciso. Le riserve di bontà indicano la miseria del passante. Chi sono? Non avvertite forse voi un tremore incomprensibile? Altèri d’encomiabile stoltezza, venerata dall’amore di qualcuno, non conquistato, non ricambiato, ma che importa? È linfa egoista di chi lo prova. Oh, non ero abbastanza forte allora per scagliarmi contro di voi, ma lo sono stato abbastanza per potervi perdonare. Siete guariti? Il tempo vi distrugge.

“Io svelerò le vostre menzogne!”, cantavo.

Volevo vivere barbaro, restituire sentimenti a notti folli. Ma l’oriente è svanito, il nord molle. Ho visto anch’io l’Europa, senza lasciare traccia. E cartoline conservate mi fanno ancora gli auguri dalla mia infanzia. Una porta spalancata che m’irradia del suo abbandono. Ho dunque anch’io evaso la realtà? Ho vissuto da sonnambulo? Ho sognato? Il mio cuore è sempre stato puro. Conosco la Verità. Dovrei dirne qualcosa? Lui mi prese. Gli eletti capiranno. Non mi sono dunque ingannato. Allora eccomi giunto al termine di questo viaggio dell’anima, questa metamorfosi al bene, quest’epos di pace.

Un vento buono improvvisamente
riporta il mio attimo in divenire,
alita su specchi infranti.

Ogni attimo è morto e risorto
tra le loro schegge,
che sono mia memoria.

Gioie e dolori d’ogni tempo dispersi
che fluttuano in folte folate
o tramano quieti prossime bufere.

Tutti raccolti al grembo
o lontani dentro di me
non saziano la vita.

Vorticosi strascichi di verità
dall’oblio
anelano al loro posto nel mondo.

Perché piangi, cielo nelle tue iridi? Che acqua raccogli pianti i tuoi cieli? In quale mare verserai il tuo sfogo? Su che onda giungerai malinconica? Quale ormeggio atteso alla partenza assorbirà nella sua fibra l’ardore di riportarti tutto questo amore? Quale animale berrà dai tuoi occhi? Che cosa faremo per raggiungerti? Che estasi avremo potuto provare? E che importa delle orme sui lidi? Che importa dei nomi sulle pagine? Non siamo forse alla ricerca del vero? Posso pensare oltre il numero di parole che conosco? Ovviamente la Parola, essendo idea, rivela più che solo se stessa.
Non prenderò per mano una donna per condurla in un mio viaggio. Sarei assente. Poi la resa. Tutto per un solo attimo. La Verità sarà manifesta. Io Le appartengo. Fu Lei a condurmi in questo viaggio, a cibarmi delle sue delizie, a far crescere muschio sulle pareti dei palazzi cosicché potessi trovarLa. Fu Lei a creare per me l’estasi e a darmi gli occhi del disintreccio di ogni labirinto, amore, morte.

Tornare all’infanzia, e rimanere lì, come il più grande atto di carità donato all’umanità.

Finalmente l’aurora,
dopo lungo fluttuare per luoghi sacri,
per quelle divine dimore,
che esaudiscono tutti i miei ricordi.

Era davvero la notte un cielo stellato?

Milano, 2001

 * motivo melodico