Pensiero notturno

Mi hai lasciato nudo in balia
delle onde al canto di sirena.
Ascoltatolo non si torna
neanche riapprodati alla terraferma.

“È un libro” mi hai detto
svegliandomene il capriccio
a creare questo orribile nodo
di non sapere se fu Lucifero.

E se fosse Dio? Ti ponesti
come unico arbitro del fato
“Il sacro è tremendo”
le uniche parole che dicesti.

E quello che non hai saputo
è quanta disperazione mi è costato
quanto scrutare in seno a me stesso
sono forse io stesso stato ingannato?

Volevo dire qualcosa di intatto
mi sono sconvolto l’anima
mi sono sedato abbastanza
da vedere con calma l’abisso.

Ma forse non è bastato
a temprare l’amore assoluto
di dire l’eccezionale luogo dell’io
al di lá di ogni spasimo.

Lucifero o Dio non so.
Mi affido al Cristo
che dice che l’albero buono
da i frutti secondo se stesso.

Davvero non riconoscete
cosa è bene e cosa è male.
La bellezza inganna
leggetene la saggezza.

Leggetene la bontà
che poi per Babilonia
immaginavo Babele
e la sua assoluzione.

È tempo, rendete i Comandamenti,
sono da Dio e non da uomo,
molti accorreranno lieti
e Egitto sarà malfermo.

Carità

Era una calda mattina di Aprile,
era un mercoledì, prestissimo,
albeggiava già a quella latitudine
e presentivo fortemente il nostro incontro.

Arrivato mi diede un’occhiata sorridendo,
io ordinai la colazione, dico sul serio,
mi portai quindi accanto a Lui fuori al tavolo,
e senza guardarlo avevo sulla faccia un ghigno.

“Étudiant?” mi chiese. “Étudiant” risposi,
e compresi giorni dopo la portata di quella parola.
Volle i soldi per il taxi e gli detti una moneta.
Avevo cresimato Gesù il Nazareno.

Il Puer

Il puer (a James Hillman)

Mi avevano tolto la bellezza
avevano mascherato il sole
di fetide nocive fuliggini
riempito i suoni di rumore
la speranza di frattaglie
di cementi grigi scagliati al cielo
protesi nel nero sopra e sottoterra
e mendicai l’assenza dimenticata
finché non amai l’oblio del sogno.

Non volli più la stanza confortevole
la foresta di abeti col torrente limpido
il mare col sole assoluto
ma il marcio elettrico dei lampioni
la baracca in periferia ad est
la comunione della mendicità sotterranea
le prostitute di mezzanotte
e il vino e l’hashish delle albe
sorridere attraverso il vetro illuminato.

Scrissi così di ciò che avrei voluto
come lo desideravo per me
in perfetta estasi e consonanza
nel naufragio della materia
nell’appello alla esistenza
nell’affitto delle vocali colorate
nella benzina consonantica
che come castelli della Sassonia
abitavano la mia puerilità.

Mi feci carico di tutti gli abbandoni
abortii ogni rimorso, ogni rimpianto,
conquistato il passo avevo il metodo
di far durare ogni eclissi il dovuto
alla sua rappresentazione pittorica
alla sua parola e illustrazione
ingannai il tempo, questo mostro,
in ogni forma possibile e ogni estasi,
fino a dimenticare persino me stesso.

Ho detto l’infanzia indicibile
ho detto l’essere inalterato
ho detto la Verità del Verbo
ho detto l’impossibile, l’Éclair,
il pensiero inafferrabile
meditato per qualche vita
al baratro tra la ringhiera
e l’abisso della città infinita
tra il pian terreno e le antenne.

Era dunque come una croce,
ma il Cielo chiuso si apriva
nella verde luce della mia iride
e queste tenebre dell’altro
tentano un agguato alla mia purezza
e se costretto al mondo adulto
ecco il puer riscattarsi sempre
una sensibilità che orgogliosa
depone il tradimento di sé.

 

 

INFANZIA

Oh cara Infanzia, in tempi remoti, orfano,
muto dentro il mio viaggio, scrivevo,
pregando che l’amore confortasse
una amara inaccessibile solitudine.

La candela nella mia casa di lenzuola,
la sua luce teneramente tremula,
non mi portavano più indietro
dei ricordi vissuti che in quell’attimo.

La Parigi che era la mia ventura
non ha rivelato un verso, ma vita,
non vagabondavo ma seguivo l’Idea,
facevo nutrimento di esperienza.

Eppure, tornato dentro di me
iniziarono a fiorire le rime sacre
dei pensieri sedimentati dalla logica
della musica e della mia mente celtica.

Così fui Santo, scrittore e poi viandante,
fluì dalla mia mano un poema divino
ebbi in premio il ricordo perduto
e la mia infanzia eroica ebbe termine.

Non rimpiango le soglie delle città,
i comignoli grigi, le terrazze, le tegole,
solo l’innocenza, quella sì, colei la quale
ha commosso il cielo a visitare la terra.

L’eterno

Appariamo e scompariamo nella vita,
il resto è un viaggio molto più lungo,
eterno. Avendo un principio
ma non una fine, esso continua.

Del mondo porterò sicuramente
quei ricordi cari, come la donna amata,
o il trasformarsi della pioggia in nevicata,
o le visioni durante i viaggi da adolescente.

La luce e i sussurri degli angeli.
Le persone care con le loro attenzioni.
Le albe e i tramonti sul mare, le eclissi.

Il mio destino è servire la luce nel mondo
e sarò grato di fare l’imperscrutabile
finché davvero non giungerà il mistero.

 

Una lettera dell’alfabeto

Aveva la struttura del diamante
l’ambiguità dei desideri
la freschezza dell’anima
il mistico suono del Verbo.

Raccontava dello Spirito
in una musica perfetta
di cose innocenti ed ardite
che sabotavano la materia.

Sembrava un canto per ogni essere
un canto di assoluta bontà
l’innalzarsi al cielo del bello.

Ma è bastato il soffio di Dio
per far sì che questo mistero
si spargesse come dente di leone.

Dovere

Arrossisci nascondendoti alla mia guancia
e t’illumini di bianco e speranza gioiosa
mostrandoti agli abitanti dei mondi
e dei sogni in una notte dai mille riverberi.

Oh luna, bugiarda luna, quanti desideri
esprimiamo scrutando la tua luce,
in un mondo che disapprova il mistero,
tu ancora baci di incanto i marinai e noi poeti.

Svanisci con le albe e appari con i tramonti,
sei visione, distanza e speranza ciclici,
domini le maree, e fai sì che le idee perdurino
sul guanciale antico del labirintico Verbo.

È così che sempre torni, come madre devota,
e padre e sorella, dentro le assetate iridi madide
che riempirò, io, decifrando la tua vita segreta
dalla luce riflessa, del segno, della forma, e del colore.