avanti, avanti, avanti, ci vediamo alla fine del mondo

I tried to understand
but I just hurt you instead
and now you’ve given up and said ‘it’s really not worth it’
and I know it must be hard when you’re so forgiving
when I’m always taking and I’m never giving
oh I try to understand
but I just hurt you instead
are you happy now
I tried to open up,
let go but you said I was holding you back
has the last year really been
as bad as that
I know I tend to forget when you’re not there
all I remember is how much you liked it when I
ran my hands through your hair
oh I try to understand
but I just hurt you instead
are you happy now
there’s a tunnel

Il segno dei tempi

Quando un poeta declama le sue poesie, io so che esse sono merce.
Quando un poeta si mette al tavolo e scrive, io so che finge.
Quando un poeta è acclamato tra le genti, io so che è privo di valore.
Quando un poeta vince un premio, io so che i veri poeti sono altrove.
Quando un poeta è taciuto, penso a te, ed alle tue fandonie.

Guardare da un’altra parte non toglie l’ipocrisia al tuo pensiero.
Hai disonorato tutto ciò in cui pensavi di credere e che mi hai insegnato.
Io sono la voce di uno che sussurra verità e non viene ascoltato.
Io sono uno, che dell’arte poetica ha fatto un canto,
rivelando quanto la Parola possa provenire dal profondo.

Il tempo mi darà ragione, ti lascio squacquerare nella latrina
che acclami come bella nell’oblio della Verità.

Cosa ti rimarrà di tutto questo alla fine dei tuoi giorni?

I santi sono imbavagliati o uccisi, il mondo rifiuta ciò che non è suo.

Danke

Fa lo stesso

La ragione può essere così fredda
e spero
tu non abbia mai così ragionevolmente freddo
come ne ho io adesso
e so
che posso sempre scegliere
tra Kant e Peter Pan
tra vecchi edifici e la terra di nessuno
tra timidezza e illusione
e Kant dice che “rimani nel luogo cui appartieni”
e Peter dice “vola dove vuoi”
ed io
lascio i due soli
e dico vieni
portati le tue scarpe da ballerina
scompariamo nella musica
ci nascondiamo lì, dove il futuro non ci trova
e cadiamo poi nuovamente indietro.
Non importa,
può essere così bello,
e spero
noi saremo presto nuovamente così indifferenti,
come qui adesso in questo momento
ed io
non riesco più a ricordarmi
quando qui l’ultima volta
qualcuno non aveva un’opinione
vieni
portati le tue scarpe da ballerina
scompariamo nella musica
ci nascondiamo lì dove la scelta non ci trova
ovunque tranne che a casa,
a casa presso sì e no.

Non trascurate l’anima

(friedrich)

Di notte, invece di dormire, ho spesso giocato col genio. Ero stanca, ed egli mi destava per dolci colloqui e non mi lasciava dormire… Oggi il demone mi ha parlato, ha deposto in me delle idee che avevano e hanno ancora, questa singolarità, che mi sembrano non pensate da me stessa ma dettate…

Capita che, nel concludere la pace con me stessa, io accolga il sonno come una riconciliazione; perciò, ieri sera, prima di addormentarmi, ebbi l’impressione che il mio essere interiore mi accoglieva in lui con amore, e il sonno soffuse di pace tutta la mia anima. Di quando in quando mi destavo e avevo delle idee. Le notavo a matita, senza svilupparle ulteriormente, senza ponderarne il valore, talvolta senza comprenderle affatto… Questi pensieri hanno un valore? Non ne so nulla.

Ieri mattina, mi addormentai nella mia barca… Sognavo della musica. Quel che ti ho scritto ieri sera, mezza stanca, mezza invasata, è un pallido riflesso di ciò che allora si esprimeva in me; ma c’è del vero, là dentro. Esiste una gran differenza fra ciò che lo spirito ci ispira nel sonno e ciò che ne conserviamo, una volta svegliati.

(Bettina Brentano von Arnim)

Umwelt

Poseidone era seduto al suo tavolo e faceva i conti. L’amministrazione di tutte le acque gli procurava un lavoro immenso. Avrebbe potuto trovare aiuti quanti ne voleva e ne aveva anche moltissimi, ma siccome prendeva molto sul serio il suo ufficio, rifaceva tutti i conti da sé, sicché gli aiutanti poco gli potevano giovare. Non si può dire che il lavoro gli desse piacere, lo eseguiva soltanto perché gli era imposto, anzi più volte aveva chiesto, diceva lui, un lavoro più allegro, ma ogni qualvolta gli si facevano diverse proposte, risultava che nulla per lui era così adatto come l’ufficio affidatogli. D’altro canto era molto difficile trovare qualcos’altro per lui. Non si poteva certo assegnargli, poniamo, un determinato mare; prescindendo dal fatto che anche qui i compiti contabili non erano più piccoli, ma soltanto più meschini, il grande Poseidone non poteva certo avere se non un posto dominante. E quando gli si offriva un posto fuori dall’acqua, la sola idea lo faceva star male, il suo respiro divino si scompigliava, il bronzeo torace perdeva equilibrio. D’altro canto le sue lagnanze non erano prese sul serio; quando un potente assilla, bisogna fingere di accontentarlo anche nei casi più disperati; nessuno pensava a esonerare veramente Poseidone dal suo ufficio poiché fin dalle origini era stato destinato a fare il dio dei mari e così bisognava continuare.

Si lamentava soprattutto – e questa era la principale ragione del suo malcontento nell’ufficio – quando veniva a sapere dell’idea che ci si faceva di lui scavallante continuamente col tridente sulle onde. Invece se ne stava negli abissi del mare universale, sempre a far conti; un viaggio ogni tanto alla sede di Giove era l’unica interruzione della monotonia, viaggio, del resto, dal quale tornava per lo più furibondo. Così nella fretta di salire all’Olimpo aveva appena visto i mari di sfuggita, e percorsi non li aveva realmente mai. Soleva dire che per farlo aspettava la fine del mondo; allora avrebbe trovato un momento di quiete in cui nell’imminenza della fine, dopo aver riscontrato l’ultimo conto, avrebbe potuto fare in fretta un viaggetto circolare.

(Franz Kafka)