Rimbaud

Su Arthur Rimbaud e l’ispirazione poetica o, radicalmente, la nascita della poesia.

Lo “strumento visivo” imprescindibile alla scrittura, proprio per il cosmo di ideali che racchiude, è la gioventù. Chi vuole fare poesia “altra” non deve farsi “ragioniere” o lasciarsi intrappolare dal sapere accademico. Il ragazzo si rende poeta. Non c’è teoria che valga ad una sistematica spiegazione del genio. Il poeta solo riconosce e sente l’ispirazione.

Una Stagione in Inferno non termina con la morte e neppure con la tragedia del male, ma termina con la compiutezza, se non biografica, poetica. Rimbaud non gioca una partita atea, quanto una messa in discussione dei valori cristiani quali sono da attribuire proprio ad una società, rispetto agli ideali del poeta, bigotta e ottusa. Un cristianesimo dal quale egli non può liberarsi. Certo, rinnega ferocemente la Chiesa. Dice Gianni Nicoletti: “Cittadino occidentale, Rimbaud vuole liberarsi dalla maledizione dell’Inferno. Per riuscirvi, ha bisogno di «inventare» un nuovo linguaggio in cui non esista traccia della storia, della tradizione, del passato occidentali e cristiani”. Non si tratta di una scelta di vita, ma di una scelta poetica. Rimbaud si confronta con l’ideale, pensa all’Eden.

Prima di ribellarsi Rimbaud era ferventemente credente. Starkie ci informa che Rimbaud ha anche tentato di entrare in un ordine religioso.

Dopo Bruxelles il Vangelo è diventato “antico”; Rimbaud non partecipa più al festino in cui potrebbe ritrovare appetito, legge libri privi di interesse, ma non manca di anelare alla Verità. Solo, dove trovarla? Tutto ha tradito, eppure conclude con un atto di fiducia, che gli sarà “concesso di possedere la Verità in un anima ed in un corpo”.

La lettura di Rimbaud pone di fronte a qualcosa di nuovo che non ha, per ora, avuto un seguito. Hajdari dice che vi sono, nella lirica, si scrittori di poesie, ma non poeti. Rimbaud è “il primo poeta di una civiltà non ancora nata”, disse ancora Renè Char. “Al di fuori di ogni letteratura, e probabilmente al di sopra”, scrisse Félix Fénéon. E non è, davvero, ancora nata, ma nascerà.

Accettiamo allora con franchezza un vuoto che perdura da 140 anni. Tutto cominciava con Hölderlin e il suo Plotino, per quanto concerne la poetica, con Villons, per quanto concerne la rivolta. Parlo non del poeta che scrive versi, ma del poeta che scrivendo versi cambia la realtà. In Rimbaud se ne trova l’esponente più violentemente solenne. Se non ha cambiato la società del suo tempo Rimbaud è il capostipite iniziatore della poesia a venire. Ne segna il punto d’inizio imprescindibile.

“Il potere elementare, il fuoco del cielo e il silenzio degli uomini, il loro vivere nella natura, e la loro penuria e appagamento, mi hanno costantemente commosso e, per usare le parole degli eroi, posso ben dire che Apollo mi ha colpito”, scrive Hölderlin.

E sempre Hölderlin sul popolo tedesco: “Quanto diverso ciò che accade a me! Barbari, sin da antichi tempi, resi più barbari dallo zelo, dalla scienza, e persino dalla religione, profondamente incapaci di un qualsiasi sentimento religioso, corrotti fino al midollo (…) offensivi per ogni anima delicata, sordi e disarmonici come i cocci di un vaso buttato via (…). Non posso immaginare un popolo più dilacerato dei Tedeschi. Vedo operai, ma non uomini, pensatori, ma non uomini, sacerdoti, ma non uomini… non è tutto ciò simile ad un campo di battaglia, dove giacciono, mescolate l’un l’altre, mani, braccia, tutte le altre membra, mentre il sangue vitale versato si disperde nella sabbia?”

È la relazione di un animo sensibile sulla rozzezza del popolo.

Non a caso questo passo dell’Iperione è citato nell’edizione tedesca di Una Stagione da Werner Dürrson dell’editore Philipp Reclame di Stoccarda.

Rimbaud stravolge l’atteggiamento di Hölderlin e si dichiara egli stesso barbaro. Rimbaud è barbaro nel senso che è cieco alla luce della fariseismo e del bigottismo. Il poeta si fa carico del destino dell’umanità, Jüngerianamente, o con Wallace Fowlie, il poeta è Ribelle. Wallace lo accomuna a Morrison, il quale Morrison, scrive: “La creazione è sempre posseduta dal mistero e dal dolore. Oggi stai creando te stesso: accetta l’inaccettabile, qualunque cosa accada, abbandonati. Devi provare in modo completo qualsiasi tipo di sensazione, qualsiasi tipo di sofferenza.”

Il poeta ha un compito difficile. Infatti è attraverso la sua idea che comunica all’umanità lo stesso spirito universale. Ci vuole una forza eroica, poiché piena di solitudine. Ci si fortifica nella solitudine. Nella triste situazione di un padre assente? Di una madre severa? Di un carattere agli inizi introverso? Quindi il bisogno dell’esplosione? Ogni interpretazione psicologica la lascio agli psicologhi. Il novecento è stato il secolo della psicologia. “Di tanto in tanto depresso e irato durante la stesura di Una Stagione in Inferno”. Così segnala Wikipedia in lingua tedesca. Enid Starkie ci avvisa di non dare credito alla psicoanalisi quando si parla di letteratura. Egli scrive: “… uno studio psicanalitico ideale ed intelligente di Rimbaud potrebbe essere utile ed efficace a patto che l’analista fosse un autentico e acuto osservatore, un ricercatore che non partisse cioè da idee preconcette e non cercasse di costringere a forza il poeta entro uno schema bell’è pronto, fabbricato in serie. Generalmente l’analista comincia dalla parte sbagliata: sa – o crede di sapere – alcuni fatti del carattere e della natura del poeta e allora forza gli scritti a provare le sue affermazioni. anziché servirsene come mezzi per rivelare la personalità intima del poeta”.

Non bisogna lasciarsi traviare dalla biografia di un artista per cercare di comprendere la sua arte. Già scrive Novalis alla fine del ‘700: “nessuno sa che la peculiarità del linguaggio è proprio quella di preoccuparsi solo di se stesso. Perciò esso è un mistero così portentoso e fecondo…” affermando quindi una visione de “l’arte per l’arte”, le “parole in libertà” dei surrealisti, o, azzardo, il “vuol dire quel che c’è scritto” di un Kurt Cobain, poi travolto dai media. Quello che la parola, per Rimbaud, deve fare o essere, e quindi anche il poeta che porta la Parola, ce lo dice egli stesso nella lettera del veggente:

Riprendo:
Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco.
A suo carico sono l’umanità, gli animali addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe. Trovare una lingua; – Del resto, dato che ogni parola è idea, verrà il tempo di un linguaggio universale! Bisogna essere un accademico, – più morto di un fossile, – per rifinire un dizionario, di qualunque lingua sia. Se dei deboli si mettessero a pensare sulla prima lettera dell’alfabeto, rovinerebbero subito nella pazzia!
Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e tira. Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell’anima universale: egli darebbe di più – della formula del suo pensiero, della notazione della sua marcia verso il Progresso! Enormità che si fa norma, assorbita da tutti, egli sarebbe veramente un moltiplicatore di progresso!
Quest’avvenire sarà materialista, lo vede; – Sempre piene di Numero e di Armonia, queste poesie saranno fatte per restare. – In fondo, sarebbe ancora un po’ la Poesia greca.
L’arte eterna avrebbe le proprie funzioni, così come i poeti sono cittadini. La Poesia non ritmerà più l’azione; sarà avanti.
Questi poeti saranno! Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, dopo che l’uomo, – finora abominevole, – l’avrà congedata, sarà poeta anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi d’idee saranno diversi dai nostri? – Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, le capiremo.
Nel frattempo, chiediamo ai poeti il nuovo, – idee e forme. Ogni mestierante potrebbe credere ben presto di avere soddisfatto tale domanda. – No, non è così!

^ Lettera detta “del Veggente” indirizzata a Démeny del 15 Maggio 1871

 

Il poeta, proprio come è cittadino, ha la sua funzione.

Rimbaud si scosta dal decadentismo. Riprende temi propri dei romantici, accompagnandoli o sovvertendoli. Già Nerval disse “Io è un altro”. E Passavant sostenne la figura del poeta come “veggente”. Rimbaud è un poeta tipicamente francese. Un poeta francese della seconda metà dell’800.

Leggendo Rimbaud ci è chiaro che siamo non di fronte a contenuto d’invenzione, ma di fronte alla confessione di una Verità universale che da soli non saremmo stati in grado di rappresentare. E proprio questo è il ruolo del poeta. Portare dall’ignoto ciò che l’anima universale cela nel proprio abisso.

Eppure il dissidio profondo e la lacerazione che egli ha provato nel carattere e nelle esperienze e nella scrittura ci portano a chiederci: ha Rimbaud peccato di superbia? Come si chiede Starkie, si è sostituito a Dio? Rimbaud si è pentito, se non vergognato, del suo atteggiamento e del suo passato, lasciato un testimone che è una stagione in inferno (l’unico testo che ha voluto pubblicare) e smesso di scrivere? Ha subito insomma il peso di un giudizio? Di un dubbio? Rimbaud non vuole Gesù come cognato, non si vede nei consigli di Cristo. Una stagione in Inferno è il resoconto di una disfatta? Scrive: “Aspetto Dio con ingordigia” e “Dio fa la mia forza. Io lodo Dio.” (Cattivo sangue). Fu tale questo dissidio (se ci fu) da portarlo in Africa? Si tratta della scelta dell’esilio o di quella di una vita altra? Rispondiamo col testo, e cioè con quanto Rimbaud scrive avendo forse già in mente che se ne sarebbe andato: “perché bisognerà pure che me ne vada molto lontano, un giorno” (Deliri). “La cosa più astuta è lasciare questo continente in cui la follia s’aggira per provvedere d’ostaggi questi miserabili” (Cattivo Sangue).

L’addio alla poesia coincide con l’addio all’Occidente.

Egli non accetta la società, si pone come centro contro la periferia ostile. Ha a carico l’umanità, persino gli animali. Anche, egli è precocissimo. Precoce nell’abilità linguistica. Sensibile, sempre. Ancora Novalis scrive: “…nulla al poeta è più indispensabile che la penetrazione nella natura d’ogni cosa […]. Entusiasmo senza comprensione è inutile e nocivo, e il poeta potrà fare pochi miracoli se egli stesso si meraviglia del miracolo”.

Rimbaud desidera poesia oggettiva a dispetto di quella soggettiva. Nella Lettera ad Izambard Rimbaud denigra la poesia soggettiva come insulsa, auspicando di trovare nella poesia presto oggettività. Quindi la poesia deve descrivere la realtà. Che succede poi se cerca di descrivere la realtà dell’essere? È un gran bel quesito. Pietro Ardito riferendosi a Hegel sostiene che la poesia lirica è di per sé soggettiva e quindi inferiore a quella oggettiva. Per chiarire cosa Rimbaud intendesse per poesia oggettiva mi sembra possa aiutare tenere a mente che Rimbaud intende cantare si l’anima universale, ma nella sua essenza, nell’immediato delle cose. Cito Yves Bonnefoy: “Una parola interamente consacrata alle gioie di ciò che è elementare, quelle che sapranno salvare, una per una, le grandi parole semplici”. “Voglio una poesia della sensazione bruta” diceva all’incirca a Delahaye verso la fine del ’70. È la poesia del Veggente. La poesia, anche se oggettiva, scaturisce sempre da un incantesimo, lo presuppone. La poesia di Rimbaud rimane ontologica. Nessuno leggendo la stagione pensa di essere di fronte ad una macchinazione fantastica. E non confondiamo gli “incantesimi” con l’inconscio. La fonte è un’altra, è quella della scrittura, della creazione poetica, del Verbo. In una stagione eccolo affermare: “Dovetti viaggiare, distrarre gli incantesimi accumulati sul mio cervello”. “Egli (il poeta) si fa carico dell’umanità”. Ma qui la distinzione cade. Rimbaud tenta di “consociare in sé uomini e cose in una sorta di gnoseologia del dolore”, scrive Gianni Nicoletti. A chi scrive versi riesce la catarsi della propria “rêve”, della malinconia, del sogno, dell’ideale.

Strangolare la gioia di cui Rimbaud scrive nella Stagione è sì la sua speciale poetica, è anche, però, un atteggiamento che ritrova una sua viva funzione argomentativa in relazione ai fatti di Bruxelles. Vi è, come fosse tutto rivisto a posteriori, una presa di coscienza di una totale disillusione nei confronti della società e dei suoi valori, una messa in crisi del rapporto del poeta con essa per una presupposta loro inconciliabilità. Rimbaud si è ritrovato veggente, rispetto alla lettera in cui enuncia, ragazzino, ciò che intende per poesia, ed ora la dolorosa constatazione che ciò che egli auspicava, i rivolgimenti sociali e l’aspirazione ad una metamorfosi ad una realtà diversa è lucidamente intesa come inattuabile. Non gli è riuscito di cambiare il mondo. Noi sappiamo che con Una Stagione in Inferno è cambiato tutto. Egli ha vissuto la poesia sulla sua carne, e chiunque faccia poesia oggi, bisogna che si confronti con lui. È tale il contrasto con gli uomini che Rimbaud arriva a definire e sentire il sentimento di carità come falso. Egli, sempre, anela alla Verità, e se la carità non la sente spontaneamente come sua, ecco la sua dichiarazione di guerra al mondo, al Vangelo, cui consegue il disperato grido di aiuto ad un Cristo col quale, scrivendo, apre una sorta di dialettica. Se concedete questo azzardo, egli è un po’ il Giobbe dei testi pagani.

 

 

L’uomo, oggi, forse inconsapevolmente, è attratto da questa dialettica; cerca, in un mondo degradato, un nuovo rapporto col sacro.

Nicoletti scrive che l’Inferno di Rimbaud è la condizione assolutamente reale in cui egli si ritrova a vivere. Certo è che la realtà è il banco di prova, la tela su cui proiettare il proprio Credo a tessere l’immagine del proprio sentire. Se la realtà si mostra differente dall’ideale, alla realtà scialba, comoda, conformista e retriva della borghesia, vanno sostituiti altri valori. Pur sostenendo egli stesso che la Poesia è Fantasia, egli non toglie affatto alla prima la sua capacità di dettare i principi della realtà né tantomeno la funzione sociale del poeta, come sappiamo. Un testo nasce da una crisi e da una “visione”.

Una Stagione in Inferno è una preghiera. Il poeta si incarna nel sogno, ne viene crocifisso. Aleggia sempre un’aurea d’addio, una sensazione di abbandono. Non illusorio, il passato che Rimbaud fa riecheggiare nelle sue pagine, rendono la sacralità di quel periodo e dell’io. La libertà è contrapposta alla salvezza. Ma ecco che l’uomo di fronte al poeta è ormai talmente inadeguato a comprenderlo che salvezza e libertà cessano di possedere il loro valore originario, ed allora l’infanzia, per quel che ancora vale, è perduta. È perduta per via degli uomini e del tempo. È perduta la bellezza. La bellezza è amara. La poesia stessa è messa in discussione.  Rimbaud non nega Dio. Ne è prigioniero semmai. La sua fanciullezza, messa alle strette, è descritta in un’aurea di tenero ricordo, ricordo protetto da tutto a desiderare una sua funzione quale nuova fonte ispiratrice di vita e poesia. Assistiamo allo strazio, al conflitto, al dubbio della possibilità della salvezza. Tutto è lasciato al Vortice della Confessione. Sono mille le cose da perdonare, da schernire. È una metafisica del Verbo.

Un testo violento e dolce, maturo, di continue opposizioni di idee, un grido di protesta, un pianto per l’incomprensione e l’incomunicabilità, che non è disillusione, ma dolore, la fonte di ogni moto artistico vero.

Viviamo in un’epoca, l’attuale, di cui Rimbaud ha deciso il linguaggio. Chi vuole essere poeta oggi deve avere il coraggio di vivere la poesia sulla propria carne. In un certo senso fare della vita stessa un poema.

Ma quale sarebbe il ruolo del poeta oggi? Ad essere affascinato da Rimbaud, cimentandosi sul problema del “linguaggio” e compreso il linguaggio del tempo attuale come “perdita”, nonché consapevole della necessità di un mutamento, è stato Pier Paolo Pasolini. Pasolini ha compreso che a minare il linguaggio è anzitutto la società dei consumi. Riceviamo cioè dall’alto quello che dobbiamo pensare e non viviamo più di idee proprie.

Pasolini scrive: “Era un mondo degradato e atroce, ma conservava un suo codice di vita e di lingua a cui nulla si è sostituito. Oggi i ragazzi delle borgate vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno più parlare, sogghignano appena”. “Una delle caratteristiche principali di questa uguaglianza dell’esprimersi vivendo, oltre alla fossilizzazione del linguaggio verbale (gli studenti parlano come libri stampati, i ragazzi del popolo hanno perduto ogni invettiva gergale) è la tristezza: l’allegria è sempre esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva. La tristezza fisica di cui parlo è profondamente nevrotica. Essa dipende da una frustrazione sociale. Ora che il modello sociale da realizzare non è più quello della propria classe, ma imposto dal potere, molti non sono appunto in grado di realizzarlo. E ciò li umilia orrendamente”. “Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi: bravi cioè per essere felici. Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa: mentre si diffonde sempre più un’immediata infelicità”.

(Lettere Luterane, Torino, 1976)

Nel film “Teorema”, uno dei protagonisti, Paolo, in una sorta di monologo interiore, afferma che bisogna inventare tecniche nuove. Egli si riferisce nel caso specifico a tecniche da disegno che egli applica a lastre di vetro. Quello che è inteso, se translitteriamo il significato dalla pittura alla letteratura, è in sostanza l’enunciazione che bisogna creare una nuova lingua. Nel film Paolo in un monologo si descrive come un idiota che crea arte in modo casuale e involontario. Lasciamo questa interpretazione funzionale alla dinamica del film. Il poeta scrive e agisce coscientemente e volontariamente.
Terence Stamp tra l’altro è sia l’attore dell’ospite in Teorema (1968), sia l’attore che interpreta Rimbaud nel film di Nelo Risi “Una stagione all’inferno” (1971).

Cito Pasolini giusto per rimarcare l’idea che il problema della lingua è un sintomo della decadenza della cultura e quindi delle società; il problema della lingua si manifesta nella sua degenerazione nella propaganda e nello (parola che prendo a prestito da Pasolini stesso) slogan. Il parallelismo tra Pasolini e Rimbaud è poco presuntuoso. È Pasolini stesso che nel film fa leggere all’”ospite” un passo di Rimbaud, l’ultimo capoverso de “I deserti dell’amore”. Rovesciato al maschile?

“Egli apparteneva alla propria vita e il turno di bontà avrebbe messo più tempo a riprodursi che una stella. L’adorabile che senza che io l’avessi mai sperato era venuto, non è ritornato e non ritornerà mai più”.

Questo passo di Rimbaud non è proprio come l’affermazione della nozione del Carpe Diem, quanto il dolore profondo della presa di coscienza dell’irrepetibilità delle cose. Lei, l’Adorabile, non tornerà, e quella “costellazione” di eventi è irripetibile. È una condizione della vita e della realtà quanto mai vera ed amara.

Ancora, Pasolini e Rimbaud riconoscono come, nel proprio periodo storico di appartenenza, il cambiamento sociale in atto è in effetti causa della perdita per l’uomo di valori e di idee, di un intero mondo.

Rimbaud non ha avuto esitazioni né dubbi né scrupoli ad attaccare ferocemente la nuova borghesia, nonché a definire la poesia precedente “vecchiume”. Così, in questo quadro, ha schernito, oltre che i vecchi modelli letterari, la scienza. È l’inventore del nuovo.

Quando Arthur scrive “io è un altro”, lo fa con riferimento alla poesia romantica, sostenendo, così ho inteso io, che la ragione, idealmente, nell’atto di scrivere, non “capisce” (non subito) il cantato, poiché quest’ultimo, come sostengono i simbolisti, è musica, lasciandogli, in un certo senso, uno spazio altro. Ed è un luogo altro da cui scaturisce il senso che la ragione non subito coglie, nel solo senso che il canto viene prima e su di esso si adagiano le parole. La musicalità è la fonte delle parole che successivamente la ragione colloca e presta al significato “razionale” o ancor prima “mistico”. Le parole hanno una loro forza, una loro funzione; esse “funzionano”, cioè sono autrici del reale. I tasselli del mosaico formeranno l’immagine. È chiaro e anche stupido dire che a scrivere poesia è così concesso solo al poeta. Colui la cui vita è poesia. Ogni reale “valore” è difeso nella vita. Se prendiamo come esempio Verità, Giustizia e Libertà, queste idee vengono “sporcate” dalla quantità di compromessi che le si attribuiscono. Ecco perchè se viviamo di compromessi, questi, diventando parte dell’io, si riversano dal nostro operare e pensare alla scrittura. Ecco perché Rimbaud è assoluto. Alle parole bisogna concedere purezza, bisogna fare in modo che chi le enuncia sia all’altezza della loro sacralità (disponendo esse la realtà). È necessario che qualunque generazione ascolti i suoi poeti – che sono dei santi – discernendo però coloro che scrivono per un fine diverso dalla parola in se e dall’ispirazione. È così, che sempre siamo tentati di giustificarci (in senso letterale) ogni nostra scelta. Ed allora perché l’indagine dello Spirito, del proprio Spirito, dovrebbe valere meno della conoscenza che i poeti cercano di comunicarsi nelle ere, lasciando traccia, nel modo di ciascuno, del loro di Spirito? La verità incontestabile è che ad ognuno è concessa la porzione di Verità che la sua bontà merita o, addirittura, è in grado di sopportare. Imparare a leggere e scrivere è lo strumento, ci si arriva in tenera età. Fare poesia è vivere di essa, e non serve neanche leggere tutto e farsi, ripeto, ragionieri, se si ha qualcosa dentro e si iniziano a cercare le parole per “formularlo”, per portarlo al mondo.

La lirica non è tecnica La scrittura di Rimbaud non è quindi architettonicamente premeditata.

“Quando sogna l’uomo è un dio, quando riflette è un mendicante” (Hölderlin, Iperione).

Rimbaud si ritrova, ripeto, a distrarre gli incantesimi accumulati sul suo cervello. Egli compie un lavoro su se stesso. Il poeta quindi è poeta. Come spiegare? Basta dire che il poeta è poeta come il manovale è manovale? Egli vede ogni cosa con la sua idea, per lui ogni cosa è rivelatrice di scrittura, ne è pretesto, mezzo, fine e conseguenza. Egli sacrifica se stesso. Sorgesse un poeta vero, il mondo gli sarebbe ostile. Come il mondo è ostile al vero cristiano, così è anche vero che la profezia di Rimbaud del poeta come grande malato, grande maledetto e grande criminale non è assolutamente un vaneggiamento, ma un dato di fatto. E pietà per tutti i professori e gli accademici che insegnano cose, credendoci! di una noia mortale. E, dopotutto, chi ha avuto il coraggio del sogno? Rimbaud aveva letto tutto quello che gli poteva capitare sottomano e ancora adolescente ne aveva abbastanza. Il suo atteggiamento verso questo “vecchiume” e il suo distanziarsene rivela la sua fame verso il nuovo, potremmo dire, verso l’ignoto. Senza questo “salto nel buio” sarebbe diventato uno scrittore che avrebbe ripetuto versi e lire, “sollazzi”, passati e trapassati.

Cito Apollinaire dal libro di Gabriele-Aldo Bertozzi:

[…] l’uomo è alla ricerca di un nuovo linguaggio
Sul quale il grammatico di qualsiasi lingua non avrà nulla da dire
E queste vecchie lingue sono talmente vicine a morire
Che è veramente per abitudine e mancanza di audacia
Che ce ne serviamo ancora in poesia

Ogni nuova generazione dovrebbe sempre riconquistarsi la libertà negata, quando accade, dalle generazioni precedenti. E la libertà e la verità sono presupposti essenziali per una poesia vera. Noi, oggi, passiamo il tempo nel narcisismo consumistico.

Prima che si affermi un nuovo ermetismo, nascerà la poesia profetizzata da Rimbaud.

Ernst Jünger scrive: “la parola è materia dello spirito e, in quanto tale, idonea a edificare i ponti più arditi: essa è anche lo strumento supremo del potere. Tutte le conquiste, reali e immaginarie, tutti gli edifici e tutte le vie, tutte le battaglie e tutti i trattati sono preceduti da rivelazioni, ideazione e formulazioni propiziatorie nella parola e nella lingua: e dalla poesia. Si potrebbe dire che esistono due generi di storia: uno nel mondo delle cose, l’altro in quello della lingua. E quest’ultimo è superiore al primo non soltanto per la visione, ma anche per la forza, per la capacità. Anche la bassezza, perfino quando si getta a capofitto nell’esercizio della violenza, è costretta a rianimarsi di continuo attingendo a quella forza. Ma le sofferenze passano e si trasfigurano nella poesia. La lingua non vive di leggi proprie, perché altrimenti i grammatici sarebbero i signori del mondo. Nel profondo delle origini il Verbo non è più né forma né chiave. Diventa identico all’essere, diventa potere creatore. Lì è la sua forza, immensa e impossibile da monetizzare. Qui possono darsi soltanto approssimazioni. La lingua tesse la sua opera intorno al silenzio, come l’oasi si stende intorno alla sorgente. E la poesia conferma che l’uomo è potuto penetrare nei giardini fuori del tempo. Di questo poi, il tempo vivrà. Perfino in epoche in cui è decaduta a semplice strumento di tecnici e burocrati, perfino quando per simulare una qualche freschezza prende a prestito le forme del gergo, la lingua rimane indefettibile nel suo immoto potere. Il grigio, la polvere, coprono solo la sua superficie. Chi scava più a fondo, in ogni deserto, tocca lo strato da cui sgorga la fonte. Basta che in un solo punto si riesca realmente a toccare l’essere, perché ciò abbia immense ripercussioni. Su questi eventi si fonda la storia, o addirittura la possibilità di datare il tempo: per l’uomo significa essere investito di una forza creatrice originaria, che assume contorni visibili nella dimensione temporale.”

Il poeta è ladro di fuoco. Sono le Muse a dettargli nell’animo ogni rivelazione. La vita è sofferenza. Il poeta sarà.

“Amo Digione come il bambino la nutrice di cui ha succhiato il latte, come il poeta la fanciulla che gli ha iniziato il cuore. – Infanzia e poesia! Quanto effimera l’una e ingannevole l’altra! L’infanzia è una farfalla che si affretta a bruciarsi le bianchi ali al fuoco della giovinezza, e la poesia è simile al mandorlo: i suoi fiori sono profumati e i suoi frutti amari.” È l’incipit del Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, del 1836. Vi si trovano i germi delle illuminazioni. E più avanti: “E l’arte? Esiste. Ma dove? In Dio […] Noi Signore non siamo altro che i copisti del creatore. La più magnifica, la più trionfante, la più gloriosa delle nostre opere effimere non è mai nient’altro che l’indegna contraffazione, lo spento riflesso della più infima delle sue opere immortali. Ogni forma di originalità è un aquilotto che non spezza il guscio del suo uovo se non nei cieli sublimi e folgoranti del Sinai. – Si, signore, ho cercato a lungo l’arte assoluta! O delirio! O follia! Guardate questa fronte segnata dalla corona di ferro della sventura! Trent’anni! E l’arcano che ho interrogato in tante veglie ostinate, al quale ho sacrificato giovinezza, amore, piacere, ricchezza, l’arcano giace inerte e insensibile come una vile pietra, nella cenere delle mie illusioni! Il nulla non può dare la vita al nulla.”

Il Gaspard de la Nuit è naturalmente un bellissimo esempio di “arte per l’arte”. Bertrand è l’inventore della prosa lirica. Rimbaud è andato oltre. È intimo e puro, esplosione e implosione di amara bellezza.

Concludiamo questo appunto, senza commentarla, con la più famosa delle sue poesie.

 

Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
– O l’Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

 

Voyelles:

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu : voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes :
A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

Golfes d’ombre ; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d’ombelles ;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
Dans la colère ou les ivresses pénitentes ;

U, cycles, vibrement divins des mers virides,
Paix des pâtis semés d’animaux, paix des rides
Que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux ;

O, suprême Clairon plein des strideurs étranges,
Silences traversés des Mondes et des Anges :
– O l’Oméga, rayon violet de Ses Yeux !

 

“Mentre le mele d’oro coltivato nell’orto chiuso del classicismo simbolista infradiciscono malinconicamente ogni giorno di più, i frutti selvatici della poesia di Rimbaud hanno oggi la dolcezza aspra di quando apparvero lungo strade di un’Europa di fughe e d’esilii. Nessuno venuto dopo di lui, nè Lorca nè Essenin nè Hart Crane nè Eluard, è così intatto, giovane, nuovo. Eppure stiamo celebrando un centenario, forse tutti con un inconfessato senso di colpa: chi di noi infatti non ha tradito la promessa fattagli nel profondo del cuore negli anni della prima, selvaggia e tenera conoscenza della poesia?”
(Attilio Bertolucci nel 1954)