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Una volta, ricordo, nello scrutare il cielo,
il cerchio siderale m’incantò,
e l’incanto mi si gelò nell’anima.
Mi dissi: “L’universo è un cielo stellato”.
Fu da quel giorno che rimasi solo,
che iniziai a guardare il mondo
da un luogo privilegiato.
Di prima avevo ricordi sfocati di assenze.
Gli alberi radicavano rami nella luce di cieli acquei.
A quel tempo cercavo la costruzione degli occhi.
Questa la mia infanzia innocente.

Più tardi, volli diventare scrittore.
Le sordine dei miei castelli, fradice di modernità,
si sentirono costrette ad un nuovo incanto:
sollevarono i ponti levatoi! Chiusi le porte
al vecchiume poetico.
Dalla mia solitudine costretta,
inventai un canto
in cui ogni oggetto materiale era rimosso,
un canto quint’essenza dei sentimenti e delle sensazioni.
Le miriadi di lacrime implose,
per rivoli discese nel mio cuore,
la pozza verde e limpida,
la rève con cui guardo,
ha origine dalle mie sofferenze e da Dio.

Io fui Poeta! Lo sforzo immane di remare su soglie sconosciute,
nel nulla frugare, sudare un raggio di luce,
inconfessabilmente pieno d’amore,
escogitare l’inconfessabile dolore.
Stupirsi! Perseguire rime nuove, forme nuove,
una nuova lirica.
Una lirica capace di ogni lingua,
che “perdona i crolli di Babele”.
Vi porgo il vero, il buono e il bello. I tre magi.
Cuore, anima, spirito.
Il mio scritto è un echeggiare
di un coro di luce di luna in una foresta.
Un oasi in un deserto all’alba
al giungere di un assetato.
Non ha mai cessato in me la speranza,
mai ha cessato la fede.
Ora ho raggiunto il mio presente. Che farci?
Durante la vita trascorsa,
vagavo nel seno delle costellazioni,
delle lingue, e ingoiavo tutti i dolori degli amori.
E continuai ad amare.
Il mio nutrimento erano il mio cuore infranto
e tutti i tristi abbandoni che esperii.
Quanto dolore!
Quando finii di scrivere il libro, dovetti viaggiare,
per poter alleviare la mente dalle visioni inaudite.
Ma non cercai l’uomo, dovetti cercare il deserto.

Un tempo, di grazia alla mia purezza,
ricevetti per noi i comandamenti.
Non un esercito poté arrestare la mia bontà,
non un sovrano di collera.
L’indugio è umano, lo comprendo.
Dove non nasce arbusto, dove sale di fatica indurisce il sangue,
qualcuno ancora porgerà frutto dolce
al di là della schiavitù che l’uomo ci porge.
Ogni cosa ci è porta se non è sopruso,
se è sincerità che il nostro spirito porta a vita.
E sapremo che Verbo è creazione.

Amore, vieni, se compreso che il mio orgoglio è vano,
non lasciarmi attendere oltre sulla soglia ove sarei inutile.
Non mirare ricordi e miraggi ma fermati alla comprensione che qui è l’ora del tutto.
Perché giocare ad indovinare desideri se possono essere espressi?
Perché deviare significati al di là del nostro comprendere?
Sfugge il godimento nella misura in cui non lo conosciamo?
Che succede? L’uomo non sa più nomare?
E cosa creerò per noi se non saprò plasmare il desiderio?
Per te un incanto oscilla e la sorpresa lo afferra e lo miete.
Anche, mi serve di vogare per mondi suscettibili ad intemperie
per poi riportarti il sogno, e condividerne con te l’altrimenti inafferrabile significato.
Ritrovarti nell’ora del soldato.
Vi svelo l’arcano: mi sono trattenuto dallo scagliarmi contro la distruzione.
Ho rinunciato alla mia vita e l’ho avuta.
Sopravvissuto alle ere eccomi su un anfratto nuovo.

L’aere delle liriche auree ve lo consegno,
scrivo l’alfa e l’omega, racchiudendo milioni di urla in una gerla di sogno, di parole.
Anche, apparirò col mio braccio e una verga di ferro
contro la mano degli stolti a difesa del mio Re. Vivrò.
Ti enumero intanto i fiori dell’intelletto,
del tutto e dell’uno insieme, dell’io divino
e di un qualunque frammento della sua parte umana,
il godimento assoluto di ogni sentimento
ed ogni emozione continui nell’eterno,
dal principio dei tempi ed entro qualunque ente,
di essere in qualunque luogo e tempo presente,
di poter contemplare l’universo da qualunque delle sue sponde,
non più in balia delle onde ma in armonia di eterna luce.
Dire l’origine è come dire l’io.
Prima o dopo, dentro o fuori, l’io raccoglie colori, forme, battiti, movimenti,
suoni, calori, rossori, premure, lacrime.
Li reinventa.
Dove vuoi andare?
Il mondo è rotondo perché lo è la pupilla,
l’odio è piatto come la ragione,
lo spirito ripaga ogni ferita,
ogni alito d’anima è vita,
l’amore è osmosi del puro.
Quante maschere volete ancora appaiano per farvi credere necessità di bisogni?
Propinate errore senza meta e imperfezione senza scampo.
L’amore non ha fine.
Ho regolato l’idea e il metodo.
Provoco tremori del cuore, albori d’estasi, fatiche, sorprese,
sorte dalle tempeste della mia disperazione.
Ho calibrato il giusto intorno ad un inevitabile perno di dolore.
Non lascerò vincere l’inerzia.
Mai si presenteranno alla mia voce moti arrendevoli.

La grata al ponte dell’alba s’infiamma.
Lo specchio lambisce il cielo e riflette l’anima,
lascia piovere l’oro dei riflessi solari,
ogni lacrima si infiamma in una estasi di sola luce.
Vedere oltre. Vedo la crepa all’angolo dei cementi sorridere,
vedo il caldo languore del paesaggio del cuore desiderare.
Ed allora, seme d’erba disperso sul campo ostinato,
inchioda carne tra la Natura e le costellazioni e nutri i tuoi voli,
in alto, in basso, in circolo.
Il mondo è la pupilla di Dio,
in un atomo vi è un’altra via lattea.
Grande e piccolo. Tutto è ritorno, la perfezione dell’essere.
Il mondo è la mia stanza, la luna uno scambio di sguardi preferenziale
e intensa intesa di amanti.

Mi dimentico di me stesso.
Mi sono lasciato dietro un giusto di cose.
So il massacro d’uomini che si è avuta nella tempesta dei pensieri
durante il corso della storia.
So l’inarrestabile lampo verso l’Uno.
So cosa altri hanno mancato di dire.
Dormire i pensieri è sonno di sogni,
sono alba che illumina il cambiamento.
A questi versi finalmente sedimentati,
dopo lunghissimo vagare zone, trovo ombre di riposo.
Le lettere si adagiano dolcemente su carta.
Mi rimeriterei la mia infanzia.
L’ho vissuta?
È durata a lungo e il mondo si è fermato molto tempo
a cospetto della mia prima scelta.
Quanto può durare un’attesa, fede?
Quanto le parole un significato?
Reagirò al tempo con melanconia,
ma una nuova infanzia mi attende.
Aspettare l’imbarco alla Vita, paziente.
Nel cielo sereno che giudizio non teme
bivacca la mia innocenza tenue.
Non offrirei a nessuna idolatria un’emozione.
Nostalgia degli amori.
Come mai la mia ispirazione è stata tale da non accorgermi
di aver rubato dalla casa celeste?
Ho riportato quanto mi è stato concesso
e quanto sono riuscito a riportare.
I comandamenti sono da Dio.
A voi credermi.
Se il libro fosse inganno, i comandamenti non lo sono.
Ma anche riguardo al libro, non è scritto forse,
che prima bisogna trovare il Regno,
e che queste cose ci saranno date in più?
Parola del Signore.